Barone Bipolare

La poesia dell’umano

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Un padre sta per recarsi in carcere a visitare la giovane figlia, che attende di essere processata per aver provocato un incendio mortale in un palazzo della cité dove i due si erano stabiliti, dopo essere miracolosamente fuggiti dalla loro terra di origine : l’Africa. “Je n’ai jamais oublié que nous sommes ici non pour y être heureux mais parce que là-bas nous n’aurions tout simplement pas vécu“. In Feu pour feu (Actes Sud, 2014), il crudo e sorprendente linguaggio poetico di Carole Zalberg riesce ad impadronirsi chirurgicamente del reale, emozionando non poco. Un’ode all’umanità e alle sue sofferenze, un’inattesa illuminazione per comprendere a fondo il dramma di chi si trovi costretto per sopravvivere ad abbandonare le proprie terre e le proprie radici. Feu pour feu è stato insignito del Prix Litterature Monde 2014.

Carole Zalberg è nata nel 1965 e vive a Parigi, dove scrive romanzi, poesie e canzoni. Dal 2012 è amministratrice della SGDL (Société des Gens et des Lettres), di cui nel 2014 diviene segretaria generale. È autrice di sette romanzi, tra cui À défaut d’Amérique, vincitore del Prix Métis des Lycéens 2013. Ha partecipato anche a diverse raccolte collettive tra cui : De B à Z (le GREC, Université de Bari, 2007), Le geste et la parole des métiers d’art (le Cherche-Midi, 2004), Collection irraisonnée de préface à des livres fétiches, sous la direction de Martin Page et Thomas B. Reverdy (Intervalles, 2009) et Marc Molk : Ekphrasis, (Editions Label Hypothèse, 2012). Alcune delle sue poesie figurano nell’antologia Les jeunes poètes français et francophones (Jean-Pierre Huguet Editeur, 2004) e in un’antologia della poesia francese curata da Jean Orizet (Cherche Midi, 2004). Ha pubblicato anche libri per l’infanzia e l’adolescenza : il suo Lana est partie ha vinto nel 2008 il Grand Prix SGDL du Livre Jeunesse. Scrive su Vents Contraires e sulla Revue des Ressources, oltre ad animare numerosi ateliers di scrittura e svariati incontri con autori alla libreria La Terrasse de Gutenberg.

Incontro Carole al Café Rey (1, rue de Faubourg Saint-Antoine), dove mi concede in esclusiva assoluta la sua prima intervista destinata al pubblico italiano.

 Da dove nasce l’ispirazione di Feu pour Feu ?

La poesia dell'umano

Due sono stati gli elementi ad avermi profondamente ispirato per questo romanzo : il primo è un vero e proprio fatto di cronaca avvenuto a Parigi e risalente a più di dieci anni fa. Quattro ragazze, di cui due minorenni, dettero fuoco alla cassetta delle lettere del loro condominio. L’incendio poi fatalmente si estese a tutto l’immobile, provocando molti morti, tra cui purtroppo anche dei bambini. Ricordo che all’epoca non rimasi solamente sconvolta per il numero delle vittime, ma anche e soprattutto dall’incredibile sproporzione esistente tra un puro gesto adolescenziale e le drammatiche conseguenze da esso prodotte. Qualcosa di molto forte è rimasto nel mio cuore e mi sono detta che da tutto questo un giorno sarebbe potuto nascere un libro. In realtà mancava ancora un tassello per completare l’opera. Quattro anni fa è stata infatti un’immagine in particolare ad avermi colpito durante gli sbarchi dei naufraghi a Lampedusa : quella di un neonato salvato miracolosamente dalle acque e che passava di mano in mano. Mi è sembrato qualcosa di molto bello, emozionante, per certi versi biblico, come un battesimo. Mi sono subito chiesta quale sarebbe stato il destino che avrebbe atteso questo essere umano e se e come sarebbe stato accolto in Europa. In seguito i misteri dell’ispirazione hanno fatto sì che collegassi il fatto di cronaca di qualche tempo prima a questa creatura, immaginando che sarebbe stata proprio lei quindici anni dopo insieme ad altre ragazze ad appiccare il fuoco ad una cassetta delle lettere. Ed ecco la storia di Adama e di suo padre. Così è nato Feu pour Feu. 

Come arriva a manifestarsi la tua scrittura ?

La fase di gestazione di un romanzo può essere molto lunga ed essere innescata veramente da qualsiasi genere di accadimento : un volto incrociato per strada, un ricordo quasi impercettibile… C’è un momento poi in cui riesco a scrivere una prima frase che sento ben risuonare dentro di me e che mi permetterà di scrivere senza sforzo le prime sei o sette pagine del libro. Dopo potranno passare dei mesi o addirittura degli anni prima che io riprenda in mano la situazione, restando assolutamente serena perché so che tutto è là e rileggendo quelle prime frasi quel tutto andrà a svilupparsi e a rimettersi magicamente a posto. Ogni mio libro è profondamente diverso nella sua musicalità. Io lavoro così, in maniera intuitiva e organica e per Feu pour Feu è successo qualcosa di ancora più particolare. Non era previsto infatti che si materializzasse in alcun modo la voce di Adama, ma è sopraggiunto un momento in cui essa non ha potuto fare a meno di imporsi. Ho avuto un estremo bisogno di ascoltarla, desiderando che venisse ad intersecarsi con quella del padre, lacerandola. Ammiro enormemente il modo in cui questa ragazza riesce ad esprimersi. La vitalità del suo linguaggio non può che rendermi ottimista per il futuro dei nostri figli. Fino a quando essi infatti saranno capaci di conservare questa adrenalinica abilità nel giocare con i nomi, recuperandoli dalle lingue straniere, dall’argot, per poi rimescolarli insieme, remixandoli, come se fossero della buona musica, non potremo che coltivare delle ottime speranze per il proseguio delle loro vite.

Come ti rapporti alla società odierna ?

È un fenomeno un po’ strano : in effetti più ho l’impressione che il mondo si disperi, più mi sento assetata di gioia. L’altro giorno un mio caro amico, che in questo momento sta affrontando un periodo certamente non facile della propria esistenza, è riuscito a scrivermi una delle cose più belle che qualcuno mi avesse mai detto : ” Carole, vorrei che tu mi insegnassi a vivere. Si direbbe che ogni giorno tu viva un nuovo amore.” Ho pianto molto dopo aver letto il suo messaggio, perché è proprio così che mi sento ogni mattina. Più il tempo passa e più la gioia prende il sopravvento nella mia vita, forse perché mi sento finalmente ben posizionata, forse perché riesco ad ascoltarmi sempre di più, forse perché ho la sensazione di essere meno preoccupata dello sguardo che proviene dagli altri. Tutto ciò avviene naturalmente e non volontariamente : la gioia cresce in me proporzionalmente alla penombra. Non esiste alcuna sorta di spiegazione per questo mio stato, ma ne sono ben lieta, perché altrimenti penso che semplicemente… non vivrei.

Parlaci di L’invention du désir, un altro tuo romanzo che mi ha fatto impazzire. E che trovo assolutamente e dannatamente teatrale.51lc4zx69ql-_sx195_

L’invention du désir è l’unico dei miei testi che si immerge nella luce dall’inizio alla fine, cercando di cogliere e restituire l’enfasi amorosa nell’attesa dell’incontro dell’altro. Adoro questo romanzo perché proviene totalmente da me e posso tranquillamente paragonarlo per l’energia che emana dalla sua scrittura proprio a Feu pour Feu. È stato per me un vero momento di grazia ed un grande regalo. Un piccolo libro che a quanto pare è arrivato a toccare molte persone, che in alcuni casi sono quasi arrivate a volermene, accusandomi addirittura di aver raccontato la loro personale storia, sostenendo di come esse sarebbero state le uniche ad aver potuto provare determinate sensazioni ! È stato davvero esaltante per me essere riuscita a mettere in parole ciò che molti hanno sentito in determinate circostanze.

Devo però segnalare di non approvare nella maniera più assoluta le illustrazioni che si accompagnano al libro. Cerco di spiegarmi meglio : Chemin de Fer è senza dubbio una casa editrice fantastica che conoscevo e seguivo da tempo e che da sempre pubblica i propri libri in un combinato di testo e immagine, in una sorta di ispirato dialogo. In base a questo meccanismo, ad ogni autore viene proposto un illustratore. Nel mio caso, ero rimasta felicemente colpita da Fréderic Poncelet, dopo averne visionato l’opera. Ho dato di conseguenza il mio ok. In seguito però non ho avuto alcuna possibilità di controllo sul materiale da lui prodotto per il libro. Questa è sempre stata la regola generale, d’altra parte. Quando ho ricevuto le prime immagini ero sconvolta. Esse nel loro onanismo erano e sono semplicemente agli antipodi di ciò che ho raccontato. La ricerca del desiderio infatti non ha niente a che vedere con la gioia dello stesso che per me rappresenta solamente un esito finale.

Mi fai venire in mente il divino Gide.“Chaque désir m’a plus enrichi que la possession toujours fausse de l’objet meme de mon désir”. Che ne è del desiderio e dell’erotismo oggi ?

Carole Zalberg e Gerardo Maffei

Carole Zalberg e Gerardo Maffei

Io non ritengo affatto che sia scomparso, l’importante  è sapere bene dove andarlo a cercare. Basterà l’incrocio di due sguardi, basterà uno scambio di qualcosa che sia ancora vivo. Si potrà certamente respirare molto erotismo, per fare un esempio,  all’interno della Nuit Debout. Ci sarà per forza del desiderio che circola in questa folla estremamente eterogenea e gioiosa. Come avrai capito, non appartengo a quelli che sostengono come te che il mondo non produca più desiderio. A volte abbiamo la tendenza a nasconderci e a rinchiuderci in noi stessi,  forse perché è il desiderio stesso a renderci fragili. Sarà sufficiente aprirsi un po’ per essere costantemente attraversati da mille emozioni e continuare a far vibrare i nostri corpi.

Il nostro incontro purtroppo finisce qua. Grazie a Carole Zalberg per la sua potente sensibilità e per la sua straordinaria freschezza. Sono basito dal fatto che in Italia la sua opera non sia mai stata neanche lontanamente tradotta e mi batterò strenuamente per questo. Per il momento sono felice di avervela fatta conoscere.

La traduzione dal francese all’ italiano di questa intervista è a cura di Gerardo Maffei.

Se desiderate scoprire ed esplorare l’opera di Carole Zalberg:

• Feu pour feu, Actes Sud, 2014 ( Prix Littérature Monde 2014)

• L’invention du désir, Actes Sud, 2010

• A la trace : Journal de Tel Aviv, Intervalles, 2016

• Chez eux, Babel, 2015

• Mort et vie de Lili Riviera, Babel, 2014

• Entre autres, Editions Jérôme Million, 2013

• A défaut d’Amérique, Actes Sud, 2012 (Prix Métis des Lycéens 2013)

• L’illégitime, Editions Naïve, 2012

• Et qu’on m’emporte, Albin Michel, 2009

• La mère horizontale, Albin Michel, 2008

Se invece vivete o siete di passaggio a Parigi, per godere di questi ed altri libri non dovete far altro che recarvi presso La Libreria (89, Rue du Faubourg Poissonnière), dove la splendida Florence Raut vi accoglierà, dispensandovi ottimi consigli. Vivrete così un’esperienza unica, oltre a sostenere nel migliore dei modi possibili la vera cultura.

Rifiutare il lavoro di artista

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Maurizio Lazzarato è l’autore di Marcel Duchamp et le refus du travail, edito in Francia da Les Prairies Ordinaires.

Sociologo e filosofo indipendente, vive e lavora a Parigi dove svolge attività di ricerca sulle trasformazioni del lavoro e le nuove forme di movimenti sociali. Ricercatore presso Matisse/CNRS (Université Paris I), è membro del Collège international de philosophie de Paris. Ha fatto parte del comitato di redazione della rivista Multitudes di cui è stato uno dei membri fondatori.

Il nostro incontro avviene in rue de Saintonge, all’interno di un minuscolo e delizioso studio.

Marcel Duchamp e il rifiuto del lavoro

Su quali basi viene a costruirsi e a delinearsi il rifiuto del lavoro messo in atto da Duchamp? 

L’idea di Duchamp di rifiutare il lavoro salariato oltreché quello di artista è da rintracciarsi in primo luogo nell’esperienza della Comune di Parigi. Fu proprio all’interno di essa infatti che si sviluppò un forte dibattito su come poter superare la divisione tra lavoro intellettuale e materiale. E fu a quell’epoca che gli artisti decisero di costituirsi per la prima volta sotto forma di movimento politico, attraverso la Fédération des Artistes, dove figure del calibro di Lafargue e Rimbaud vennero ad incrociarsi. Sarà lo stesso Rimbaud, con il suo “ jamais nous ne travaillerons ” a costituire in seguito fonte di ispirazione per Guy Debord ed il suo “Ne travaillez jamais“, la celebre incisione realizzata su un muro della rue de Seine, divenuta ben presto una delle immagini-icona del movimento di contestazione studentesco del 68′. Duchamp applica il rifiuto del lavoro direttamente a sé stesso in quanto artista, rifiutandosi di appartenere a questa categoria e a nessun’altra, definendosi al massimo come un puro e semplice anartiste. Non arriverà mai a riferirsi direttamente alla precedente esperienza della Comune, anche se non mancherà di citare spesso Lafargue, spingendosi addirittura a copiare di sana pianta alcuni frammenti del suo pensiero, come abbiamo potuto appurare grazie al ritrovamento di alcuni fogli a lui appartenenti e custoditi oggi presso il Museo di Pasadena. Il concetto di paresse ed il correlato rifiuto del lavoro saranno vivamente presenti in numerosi scritti ed in molte interviste dello stesso Duchamp. Egli rivendicherà a più riprese di essere stato il primo ad aver introdotto la paresse ed il silenzio nell’arte, recuperando così integralmente e su un piano artistico (privo di qualsiasi sfumatura politica) proprio quei temi che in passato erano stati oggetto di accese discussioni presso la Fédération des Artistes. Tutta l’arte contemporanea ruota attorno al pensiero di Duchamp. Attraverso il concetto di paresse si ha soprattutto l’occasione di ripensare il tempo in maniera diversa, svincolandolo totalmente dai ritmi della produzione e dalla produttività. A mio parere, sarebbe molto interessante recuperare questa visione oggi anche da un punto di vista politico.

Rifiutare il lavoro di artista

Maurizio Lazzarato

È da ritenersi utopica e irrealizzabile la condizione di anartista, rivendicata dallo stesso Duchamp?

Moltissime persone hanno deciso di abbandonare l’arte proprio perché sottoposta alle leggi di mercato. Mi viene in mente un bellissimo testo pubblicato agli inizi degli anni 70′ da Lea Vergine, dove un artista italiano illustra meravigliosamente le motivazioni che lo hanno spinto ad allontanarsi dall’arte. Nessuno si ricorda più di lui ovviamente, essendo conseguentemente sparito dalla circolazione. Il gesto però è lo stesso di Duchamp. La cui posizione però è tortuosa, collocandosi al limite tra il rifiuto e la piena integrazione in un sistema. Anche lui avrebbe potuto essere uno dei tanti, ma grazie agli artisti e alle avanguardie storiche degli anni 60′ viene recuperato dall’arte contemporanea. Quando il gallerista milanese riproduce i suoi ready-made e comincia a venderne otto, la sua integrazione nel mercato è fatalmente compiuta. È doveroso comunque precisare di come le suggestive traiettorie disegnate da Duchamp siano difficilmente percorribili a livello puramente individuale, necessitando esse di una minima forma sociale. Altrimenti è chiaro che si resterà inevitabilmente fuori dai giochi. Duchamp riesce a sostenere individualmente le proprie posizioni, avendo il privilegio di poter godere di un piccolo reddito familiare, ottenuto grazie ad un anticipo di eredità, ed essendo in generale appoggiato e sostenuto da molti borghesi amanti dell’arte negli Stati Uniti. Conduce una vita modesta e non appariscente, dichiarando espressamente di non volere sobbarcarsi l’onere di una famiglia, al fine appunto di preservare nel miglior modo possibile la sua indipendenza e coerenza di pensiero. Aspetto curioso da rilevare è che la sua crescita artistica avviene proprio in quel preciso momento storico in cui prende avvio un robusto processo di asservimento da parte dell’arte al mercato, trovandosi gli artisti sempre di più ad essere incastrati in meccanismi di feroce valutazione. Duchamp non ci sta e non si stancherà mai di ripetere di come un artista debba essere assolutamente underground, scansando i riflettori dell’arte contemporanea. La sua, come detto, resterà una posizione veramente al limite, anche se gestita con fine intelligenza. Resta comunque evidente di come Duchamp abbia posto un problema importante, affermando nella sostanza che alla fine nell’essere operaio o nell’essere artista, si andrà comunque ad occupare una casella decisa da altri. Ovvero dalla società, attraverso una rigida divisione del lavoro. Duchamp si propone fermamente di demolire questa assegnazione. Noi che apparteniamo al post operaismo italiano, avremmo forse dovuto concentrarci maggiormente su questo aspetto, non partendo nei nostri ragionamenti dalla descrizione del lavoro, ma proprio dal suo rifiuto. Sono stato il primo venticinque anni fa a scrivere articoli in cui parlavo di lavoro immateriale, descrivendolo come atto creativo e implicante l’anima e ho deciso di metterli da parte perché con il passare del tempo mi sono reso conto che certi concetti erano non privi di ambiguità. Non ci si può soffermare troppo a descrivere il Capitale, senza inserire nel discorso un netto elemento di rottura. Questo elemento è certamente rappresentato dal rifiuto del lavoro. Il problema odierno casomai può essere rappresentato dal come praticarlo. Diventerà difficile applicarlo infatti, se nella maggior parte dei casi una persona si troverà ad essere imprenditrice di sé stessa, e quindi senza un padrone contro cui battersi. Non credo esistano alternative possibili a questa azione di rottura. Solo interrompendo certi flussi e una certa comunicazione si potranno creare dei luoghi possibili, altrimenti non potremo che restare all’interno dei possibili dati, che saranno inevitabilmente quelli del sistema capitalista.

Rifiutare il lavoro di artista

Gerardo Maffei e Maurizio Lazzarato

A quali trasformazioni si è sottoposta nel tempo la società del lavoro?

Mettiamo subito le cose in chiaro: gli operai non sono certo diminuiti. Al contrario, prendendo spunto dai dati di Paesi come Cina ed India, possiamo senz’altro affermare di come a livello mondiale essi siano aumentati. Quella che è venuta a mancare è la forza politica della classe operaia, che non esiste più nei termini in cui noi tutti l’abbiamo conosciuta. Esiste un doppio problema che ha in qualche modo distrutto certe forme di lavoro: da una parte la finanziarizzazione dell’economia e dall’altra la precarizzazione del lavoro. I due aspetti sono strettamente connessi tra loro. Come abbiamo visto nella situazione di estrema difficoltà economica creatasi recentemente in Grecia, sono purtroppo le strutture finanziarie e non lo Stato a dettare le regole del gioco in certi frangenti e quindi a definire a livello sociale il numero dei disoccupati, i salari, le pensioni e molto altro. Chi compra il debito di uno Stato in sostanza ha un grosso potere di decisione e di influenza su molte vite umane. La precarizzazione del lavoro è legata invece ai movimenti continui e aberranti del Capitale, che richiedono una assoluta mobilità da parte della forza-lavoro. In questo contesto si è fatta strada l’illusoria idea-ideologia che potessimo d’un tratto divenire imprenditori di noi stessi, autonomi e indipendenti, liberandoci dai gioghi del lavoro subordinato e potendo gestire il nostro tempo. È chiaro invece che così non è stato, ritrovandoci in realtà sottoposti a nuove e più efficaci forme di subordinazione. E così veniamo a imbatterci in casi come quello della compagnia statunitense Uber, e dei suoi tassisti virtualmente imprenditori di sé stessi, che però una sentenza della corte di San Francisco ha considerato a tutti gli effetti come impiegati. In questo tipo di situazione non è nemmeno filologicamente corretto rapportarsi ad un’etica del lavoro. Siamo infatti passati da una società del lavoro a quella dell’impiego. Si può cioè lavorare senza essere impiegati oppure essere impiegati senza lavorare. Sarebbe opportuno comprendere a fondo la differenza sussistente fra lavoro e impiego. Dal dopoguerra in poi il problema principale per la nostra società è stato infatti quello del pieno impiego e non del pieno lavoro. Per questo motivo possiamo tranquillamente affermare che la categoria del lavoro è stata da un certo punto di vista un po’ snaturata. E la precarizzazione dello stesso è stata edificata attorno a questo fraintendimento. La situazione è divenuta ancor più drammatica a causa di una presunta e acclamata responsabilizzazione del lavoratore autonomo e precario, che si è tradotta di fatto in una sua deresponsabilizzazione al quadrato. Se prima infatti l’operaio della grande fabbrica aveva una responsabilità limitata e circoscritta, adesso il lavoratore precario non ne ha nei fatti alcuna e risulta completamente disinteressato al suo lavoro. Tutto ciò ci sta conducendo verso una catastrofe ecologica e politica, aggravata dal fatto che proprio quei meccanismi finanziari che hanno distrutto il lavoro stanno via via accumulando delle “bolle” che prima o poi scoppieranno.

Rifiutare il lavoro di artista

Maurizio Lazzarato

I problemi che inevitabilmente si manifesteranno, non potranno essere risolti né a livello individuale, né a livello del lavoro, all’interno del quale diventerà sempre più complicato orchestrare una protesta, ma attraverso nuove forme di aggregazione sociale. Il non-movimento francese della Nuit Debout costituisce un valido esempio. È all’interno di esperienze come questa che si potrà riformulare appieno una critica del lavoro e della sventurata logica del pieno impiego. Nel mondo circostante i lavoratori precari sono sempre più isolati ed in conflitto tra di loro, impegnati ad occupare il posto l’uno dell’altro. Il problema centrale del capitalismo che li utilizza non è il tempo di lavoro, ma la loro disponibilità a entrare immediatamente e qualora ce ne fosse bisogno nel ciclo della produzione. Per questo sono costretti ad entrare giocoforza in una logica di concorrenza feroce, essendo terrorizzati all’idea di essere esclusi dal mercato. Da qualche anno è stato introdotto in Inghilterra il cosiddetto contratto a zero ore. Si chiama così perché tu firmi un contratto con l’impresa, ma non sai esattamente come e quando lavorerai. Una settimana potrai non lavorare del tutto, mentre quella dopo potrai magari essere impiegato anche per cinquanta ore. Nel frattempo dovrai stare a casa ed attendere una chiamata. Il 20 per cento dei dipendenti di Buckingham Palace ha questo tipo di contratto. Siamo di fronte all’apice della disponibilità assoluta. E intanto, nell’attesa di questa chiamata, la propria vita sarà completamente destrutturata e snaturata. In Italia invece si sta sviluppando sempre di più quello che viene definito come il concetto di economia della promessa: soprattutto per quanto riguarda i lavori precari ed intellettuali, si potrà essere impiegati percependo un bassissimo salario, con la promessa che prima o poi in futuro si potrà ottenere un posto fisso e ben remunerato. Questa situazione poteva avere un barlume di verosimiglianza forse qualche anno fa, quando dopo due o tre anni di apprendistato in un’azienda si potevano nutrire legittime speranze di assunzione. Adesso il rischio è che questo tipo di promesse si riproducano all’infinito e che di fatto ci si ritrovi a sessant’anni nella medesima situazione. A Milano in occasione dell’Expo sono stati i sindacati stessi a firmare un accordo finalizzato ad un lavoro gratuito per molti giovani, giustificato dal fatto della loro possibile esperienza e dai molti contatti che essi avrebbero potuto ottenere. Quest’economia della promessa si sta pericolosamente estendendo a macchia d’olio in tutti i settori lavorativi, soprattutto in quelli artistici e intellettuali, con l’unico ed evidente scopo di ottenere gratis della forza lavoro.

Gouverner par la detteNel suo Gouverner par la dette (Les Prairies Ordinaires, 2014) lei riesce a smascherare efficacemente l’ideologia neoliberista che approfitta del debito per difendere i propri interessi. Ci può illustrare con precisione questo meccanismo?

Il Capitale a partire dagli inizi degli anni 70′ ha spostato il terreno dello scontro di classe dalla relazione capitale-lavoro alla relazione creditore-debitore. Nel 1971 il dollaro si è sganciato dall’oro ed è diventato una moneta autonoma, non avendo più nessun rapporto con l’economia ed essendo quindi utilizzabile a scopi politici. Sino a quel momento gli Stati Uniti  avevano brillantemente ottemperato al ruolo di Grande Creditore esportando capitali (un esempio eclatante di questo agire è il cosiddetto piano Marshall). C’è stato in seguito un netto ribaltamento di strategia, attraverso il quale gli Stati Uniti stessi hanno deciso di incarnare il ruolo di Primo Debitore, arrivando in questo modo a far sì che il debito venisse a costituire la nuova forma generale dell’economia e della governabilità. La relazione tra debitore e creditore è aspetto fondamentale di questo processo. Questo rapporto di forze è emerso ancor più chiaramente durante la crisi dei cosiddetti subprimes, dal momento che a causa della crisi del debito pubblico ognuno di noi si è ritrovato ad essere nella sostanza dei fatti un debitore. Ho letto recentemente un libro sull’India dove è stata celebrata come grande innovazione democratica la concessione di un minicredito a 250 milioni di contadini poveri. La realtà ci racconta purtroppo di come questo tipo di operazione abbia contribuito a produrre suicidi di massa e tutto ciò per una manciata di soldi presi in prestito. È stato addirittura conferito il premio Nobel alla persona che ha strutturato questo meccanismo. La relazione creditore-debitore si insinua in tutti i poli sociali e non è cosa che riguarda astrattamente solo i grandi mercati, arrivando a contaminare nel vivo l’esistenza di molte persone. Non possiamo non accorgerci di quello che è successo recentemente in Grecia a causa della crisi del debito pubblico: come ho già avuto occasione di affermare precedentemente in questa intervista è innegabile il fatto che tutta la materia inerente alle grandi categorie economiche quali ad esempio il livello del reddito, delle pensioni, dei salari e della disoccupazione, sia stata impietosamente sottoposta al diretto controllo di una gigantesca macchina da guerra finanziaria. Essere debitori non significa solamente far parte di questo circolo economico, ma anche esserne soggettivamente implicati, arrivando il debito a svolgere una poderosa azione di colpevolizzazione. La Genealogia della morale di Nietzsche, in assoluto a mio parere uno dei più bei libri della storia della filosofia, descrive alla perfezione questo meccanismo, questo stretto rapporto tra colpa e debito. È lo stesso termine tedesco schuld a costituire esempio illuminante in tal senso.

Maurizio Lazzarato

Maurizio Lazzarato

Il debito è fondamentalmente una promessa, un pagherò, è qualcosa che si proietta verso il futuro. Come ci spiega abilmente Nietzsche, problema centrale sarà quello di costruire un uomo che sia capace di promettere, anche se è ovviamente da sottolineare il fatto che lui utilizzi questo ragionamento per un altro tipo di società. Nel nostro caso specifico, perché l’uomo sia capace di promettere, sarà necessario utilizzare determinate tecniche che lo inducano ad onorare il suo debito. L’introiezione della soggettività di debitore, non potrà che procurare conseguenze significative, sottoponendo la nostra società ad una fase non priva di contraddizioni. Se vogliamo rifarci all’esempio della televisione odierna, da una parte assistiamo ad un telegiornale che da sempre svolge un’imponente azione di colpevolizzazione, portando inevitabilmente lo spettatore a sentirsi responsabile della crisi economica e dei propri modelli di vita, dall’altra invece esiste una pubblicità che per sua natura è portata a scatenare un meccanismo contrario, considerando lo spettatore come “innocente” e meritevole di tutte le attenzioni possibili verso se stesso, che sfoceranno in seguito nell’acquisto di merci. Questa contraddizione si è resa ancora più evidente dopo la crisi del 2008. Se da una parte una persona verrà sempre considerata capace e buona ai fini del mercato, dall’altra dovrà sentirsi terribilmente in colpa se indebitata o disoccupata e in condizioni precarie. Questo fenomeno di colpevolizzazione altro non è che una riconversione della soggettività di massa ed è indissolubilmente legato all’ascesa dei nuovi nazionalismi in Europa. La paura dell’altro, dell’immigrato e del rifugiato non può che essere diretta conseguenza di questo sentire. Ci troviamo così davanti ad una società reazionaria e colpevole e questo non potrà che condurci sempre di più verso un processo di radicalizzazione dello scontro politico, destinato ad aumentare sempre di più nel tempo. Quel procedimento che molti definiscono come crisi è irreversibile. Fino ad adesso si è riusciti in qualche modo a tamponare le falle esistenti, attraverso un abnorme produzione di moneta che però sfortunatamente non è mai arrivata nelle nostre tasche. Tutto si ferma a livello finanziario. Sussiste un grosso problema infatti: i soldi vengono messi in circolo, ma non fanno girare l’economia, perché non arrivano alla gente ed è così che vengono a prodursi le “bolle” finanziarie. Gli unici due mercati che sono risaliti dopo la crisi sono stati quelli della finanza e dell’arte contemporanea. I soldi vengono utilizzati per comprare un’opera d’arte o tutt’al più per essere depositati nei cosiddetti paradisi fiscali. Ma come ammoniva giustamente Karl Marx, il denaro non è fatto per essere messo nelle proprie tasche. Il capitalista non è persona avara, ma al contrario è colui che investe, e che fa valorizzare il denaro. Se non si valorizza il denaro e si decide di bloccare questo processo, non potranno che sussistere grosse difficoltà. Il Capitale è valorizzazione infinita ed il fatto che esso divenga tesorizzato non potrà che costituire un forte limite, essendo la logica della tesorizzazione assolutamente precapitalistica. Se il Capitale non investe i guadagni che ha prodotto è costretto a fermarsi. Ed è quello che sta esattamente succedendo oggi. 32000 miliardi di Euro giacciono nei paradisi fiscali senza sapere dove essere investiti. Quella che molti dipingono come crisi non è certamente una crisi economica. La crisi esiste, ma è insita nel rapporto fra classi sociali. Le misure economiche prese in seguito agli accadimenti del 29′ risultarono efficaci perché si arrivò a modificare i rapporti politici, dando i soldi agli operai, riconoscendo i  loro sindacati e all’interno di questa logica riformista i rapporti politici cambiarono profondamente. La crisi odierna invece vuol essere affrontata solo attraverso il rapporto politico e non potrà che acuirsi, visto che gli Stati non hanno più i soldi per poter investire e salvare il sistema. Unica soluzione eternamente prospettata è quella di rilanciare la crescita economica, che in realtà non potrà mai attuarsi. Da più di quarant’anni infatti ci troviamo di fronte ad un’ unica e perenne oscillazione della crisi, cambiando essa solo di identità.

Rifiutare il lavoro di artista

Gerardo Maffei e Maurizio Lazzarato

Ritornando a Duchamp è importante che nel capitalismo contemporaneo si opponga un rifiuto. Solo  interrompendo i flussi della produzione e della comunicazione in cui tutti siamo totalmente immersi, arrivando quindi a creare spazi di non-comunicazione, di non-produzione e di non-asservimento al consumo, si potranno aprire delle possibilità per cambiare la nostra soggettività. Tutti siamo corresponsabili di questo sistema. Tutti dipendiamo dalla comunicazione, dal consumo e dal nostro lavoro. Non potrebbe essere altrimenti. La condizione per cambiare la nostra soggettività sarà legata esclusivamente alla scelta di interrompere o aprire uno spazio. Se avremo il coraggio di essere intelligenti potremo cambiare non solo il mondo, ma anche e soprattutto la nostra maniera di vivere.

Il nostro incontro è giunto al termine. Grazie a Maurizio Lazzarato per la profondità e la lungimiranza del suo pensiero.

Se desiderate approfondire e conoscere da vicino il pensiero di Maurizio Lazzarato:

• Marcel Duchamp e il rifiuto del lavoro, Temporale, 2014

• La fabbrica dell’uomo indebitato. Saggio sulla condizione neoliberista, DeriveApprodi, 2012

• Il governo dell’uomo indebitato. Saggio sulla condizione neoliberista, DeriveApprodi, 2013

• Il governo delle disuguaglianze. Critica dell’insicurezza neoliberista, Ombre Corte, 2013

• La politica dell’evento, Rubbettino, 2005

Se invece vivete o siete di passaggio a Parigi, per godere di questi ed altri libri non dovete far altro che recarvi presso La Libreria (89, Rue du Faubourg Poissonnière), dove la splendida Florence Raut vi accoglierà, dispensandovi ottimi consigli. Vivrete così un’esperienza unica, oltre a sostenere nel migliore dei modi possibili la vera cultura.

Il recinto della libertà

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A 25 anni Théo Gosselin è uno dei giovani fotografi francesi più acclamati del momento. I suoi scatti esaltano la spontaneità di una vita libera e senza costrizioni, l’assoluta voglia di vivere di una generazione finalmente trasportata da una meravigliosa incoscienza.

Incontro Théo presso la galleria Art en Trance (4, rue Roger Verlomme), in occasione della sua recente esposizione We drink gasoline. Sono più di duemila le persone che hanno presenziato alla sola inaugurazione.

Il recinto della libertà-Théo Gosselin We Drink Gasoline

© Théo Gosselin

Théo, qual è stata la genesi di We drink gasoline?

We drink gasoline è il resoconto di diversi viaggi che ho intrapreso negli Stati Uniti dal 2012 sino ad oggi, a volte da solo, a volte accompagnato da amici o dalla mia ragazza. Unico obbiettivo prefissato: arrivare in un luogo per poi raggiungerne un altro. Volevo essere semplicemente libero di vivere la vita che desideravo per un determinato lasso di tempo, con la speranza di incontrare il maggior numero di persone possibile. Così è stato. Ne ho conosciute tantissime, soprattutto nei bar e in strada ed ho chiesto loro di rendermi partecipe delle loro esistenze. Il risultato è una serie di immagini, in alcuni casi veramente bizzarre e fuori dal comune.

Il recinto della libertà-Théo Gosselin We Drink Gasoline

© Théo Gosselin

Come nasce la tua passione per la fotografia?

Sono nato a Le Havre, una città della Normandia. All’epoca tutti i miei amici facevano skateboard oppure suonavano. Non amando lo skateboard, ben presto mi sono ritrovato quasi per caso a immortalarne le gesta in ogni singolo istante della giornata. Ho cominciato a postare sulla rete quelle immagini e mi sono reso conto sin da subito che la cosa riscuoteva un certo interesse. Da quel momento ho avuto un chiodo fisso in testa : documentare la mia vita e quella di chi mi sta intorno. Oltreché musicista, sono un grandissimo appassionato di cinema, che all’inizio mi è sembrato un linguaggio troppo arduo da affrontare. È stata proprio la fotografia ad offrirmi l’opportunità di esprimermi nell’immediato, attraverso le storie che ho sentito l’esigenza di raccontare.

Il recinto della libertà-Thèo Gosselin We drink gasoline

© Théo Gosselin

In che modo Théo Gosselin vive il suo quotidiano?

Sempre di più la mia vita va a coincidere con il mio lavoro. Talvolta tutto questo è un po’ faticoso, ma alla fine non posso certo lamentarmi, visto che in questo modo riesco a vivere nel sogno di un personale microcosmo. Per diversi anni ho condiviso gli appartamenti in cui abitavo con gli amici più cari, ed abbiamo sempre vissuto così, all’interno di un nostro piccolo universo, ben recintato. Oggi, in fin dei conti, succede la stessa identica cosa e continueremo a batterci per questo tipo di vita fino a quando ciò sarà possibile. Nel poco tempo che non dedico ai viaggi, oltre a lavorare sulle mie immagini, amo suonare e fare delle lunghissime passeggiate, ma anche e soprattutto divertirmi, caratteristica imprenscindibile della mia esistenza, ovunque io possa trovarmi.

Il recinto della libertà Théo Gosselin We drink Gasoline

© Théo Gosselin

C’è un messaggio particolare che senti l’esigenza di comunicare attraverso le tue opere?

Attraverso le mie immagini sono perennemente alla ricerca di tutto ciò che di buono e di facilmente condivisibile si possa trovare nella vita, come l’amicizia e l’amore ad esempio, ma anche la natura o la città. Immagino il mondo come una sorta di terreno di gioco dove se si ha la fortuna di essere in buona compagnia sarà possibile veramente divertirsi; basterà solo trovare un buon gruppo di amici, una buona compagna o un buon compagno, per vivere nel miglior modo possibile il proprio quotidiano. Non è necessario spingersi troppo al di là: se riusciamo a concentrarci su quello che abbiamo intorno a noi, potremo realizzare esperienze meravigliose.

Il recinto della libertà

© Théo Gosselin

L’intervista è finita. Lascio Théo ai suoi irriducibili seguaci, che lo attendono impazienti e desiderosi di scambiare due parole con lui.

La traduzione dall’italiano al francese di questa intervista è a cura di Gerardo Maffei.

 

Se desiderate esplorare a fondo l’universo di Théo Gosselin:

• Théo Gosselin, Sans limites, Éditions du Lic, 2015

• Théo Gosselin, Avec le coeur, Éditions du Lic, 2014

• Théo Gosselin, Goodbye Horses, Blood Brother Shelter, 2014

Se invece vivete o siete di passaggio a Parigi, non dovete far altro che recarvi presso Art en Transe Gallery, (4, rue Roger Verlomme), dove la bellissima Catherine Lafournère vi accoglierà, conducendovi alla scoperta dei più inconsueti e stimolanti percorsi dell’arte contemporanea.