Stati Uniti. Anni Trenta. Grace, figlia ribelle di un gangster, è in viaggio con suo padre. Durante il tragitto si imbatte per caso in Manderlay, sperduto agglomerato nel quale ancora vige incredibilmente il regime della schiavitù. La giovane donna, animata dai più alti ideali progressisti e ben convinta che solo un regime democratico possa rappresentare il migliore degli universi possibili, decide di imporne in loco usanze e Gli eterni schiavi di Manderlaycostumi, non disdegnando a tale scopo l’utilizzo massiccio della forza. Il suo disegno si rivelerà assolutamente nefasto, divenendo impresa pressoché impossibile quella di riuscire ad incidere sulla forma mentis di una popolazione da troppo tempo oppressa e per questo fortemente disumanizzata. 

Lars Von Trier, in questa sua crepuscolare fiaba, ci induce a riflettere su come la democrazia, attraverso la corruzione di esseri umani poco inclini alla libertà, possa inaspettatamente tramutarsi in tirannia. Siamo davvero così sicuri che la massima fra le nostre aspirazioni sia quella di essere dei liberi cittadini? Non siamo forse invece più naturalmente inclini ad una rassicurante sottomissione, noi eterni e fragili bambini svuotati di ogni tipo di coscienza, facilmente impressionabili e genuflessi di fronte all’ideologia politica corretta del Progresso Spettacolare?