Barone Bipolare

Il Barone Bipolare al Salon du Livre de Paris

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La Federazione Unitaria Italiana Scrittori (FUIS), invita il Barone Bipolare al Salon du Livre de Paris.

L’incontro si svolgerà sabato 19 Marzo 2016, alle ore 15, presso lo stand 1-D9 e sarà trasmesso in live streaming sul sito della FUIS e in live twetting, seguendo l’hashtag #fuisparis.

Gerardo Maffei, già autore di Silvio’s Glam Democracy (2012, Éditions du Félin), illustrerà finalità e obbiettivi del Barone Bipolare, neonato progetto editoriale indipendente. Nell’occasione interagirà con Biagio Guastella, autore del saggio Giacomo Leopardi, hérétique et inactuel (2015, L’Harmattan).

Ripensare le nostre vite

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L’umanità per gioco si è trasformata in merce. Ogni giorno corriamo, come branchi di conigli, accalorati e costretti a luminose eiaculazioni, nel dilapidare persone o cose. Ogni giorno portiamo sulle spalle il peso insostenibile di una categoria, che ci opprime e che per forza dovrà rappresentarci. Il lavoro si diverte a mascherarsi da vita. La nostra intelligenza raramente si esprime e troverà sacrosanta ragion d’essere solo al servizio di procurati arricchimenti. È legge indiscussa quella che prescrive l’obbligo della ricreazione e della sfrontatezza sensoriale. Così si sopravvive, cari Respiratori*, in tempi di emozioni indotte e geolocalizzate. Forse per questo qualcuno di voi non sarà propriamente felice e magari distrattamente se ne sarà anche chiesto il perché. Forse per questo qualcuno di voi non c’è già più. Vi siete sempre ostinati a voler dare tutto per scontato. Spero che insieme potremo disegnare e immaginare nuove traiettorie. Perché è davvero nel ripensare le nostre vite che forse potremo modificare il mondo circostante.

*Pourquoi voulez-vous à toute force classer les gens? Ce que je suis, est-ce que je sais? Un homme tout simplement, un respirateur ● M.Duchamp

Leopardi, il filosofo-artista eretico e inattuale

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Biagio Guastella è l’autore del sorprendente saggio Giacomo Leopardi, hérétique et inactuel, piccolo gioiello indispensabile per chi volesse davvero conoscere e approfondire il pensiero leopardiano, al di fuori di inutili e arbitrarie visioni accademiche. Il suo libro è stato recentemente pubblicato in Francia dalle edizioni L’Harmattan ed è già alla terza ristampa.

Ci incontriamo nella salvifica Place des Petits-Pères, al Moulin de la Vierge, uno dei café che ha spesso ospitato le mie inquietudini parigine. È la sua prima intervista italiana e non posso che esserne profondamente lusingato.

Catanese, 28 anni, Biagio è dottorando presso l’Universitè de Paris VIII Vincennes-Saint-Denis, dove sta lavorando ad una tesi sull’immaginazione tra Vico, Leopardi e Nietzsche. E’ attualmente membro di un progetto di ricerca su Vico e Leopardi, del CNR (Consiglio Nazionale della Ricerca), realizzato dal CNSL (Centro Nazionale di Studi Leopardiani) e dall’ISFP (Istituto per la Storia del Pensiero Filosofico e scientifico moderno).

Caro Biagio, in primis desidero ringraziarti per avere accettato di incontrarmi. Cominciamo dal titolo del tuo saggio: perché Leopardi eretico e inattuale?

Leopardi fu eretico nel senso letterale del termine perché fu uno degli intellettuali più detestati dal mondo ecclesiastico e dalle gerarchie vaticane. Nel libro stabilisco un confronto con Nietzsche, che può essere fatto anche in termini di ereticità: se Nietzsche infatti subì una violenza ed una censura politica, dovuta semplicemente al fatto che la sorella, falsificandone i carteggi privati, lo affiliò all’ideologia nazista, Leopardi ebbe modo di vivere una censura ancor più brutale. Negli anni della sua più fervente attività fu stabilmente ignorato nei concorsi poetici a cui ebbe l’ardire di partecipare e venne totalmente snobbato dal mondo intellettuale, in quel momento dedito ad incensare Manzoni. Fu dunque eretico nel senso letterale del termine, oltre ad esserlo in quanto filosofo-artista. La sua inattualità non è senza dubbio da intendersi in termini di anacronismo, ma in senso nietzschiano, cioè in riferimento a qualcuno che riesca a vedere al di là del proprio confine storico e culturale. Leopardi, infatti, già all’inizio dell’Ottocento, ebbe la capacità di intravedere quel baratro verso il quale la società contemporanea ancora oggi si sta dirigendo, il baratro del consumismo, di una “modernizzazione senza sviluppo”, come avrebbe detto Pasolini, ovvero una modernità della scienza e della tecnica, priva di qualsiasi progresso umano. Ed è proprio per questa ragione che possiamo, senza alcuna esitazione, definirlo come inattuale. Leopardi infatti ha sbaragliato la cultura del suo tempo affermando cose che ancora oggi forse dovremmo ascoltare in silenzio e delle quali dovremmo prendere coscienza per cambiare in qualche modo il mondo in cui viviamo.

Leopardi, il filosofo artista eretico e inattuale

Nel tuo libro definisci il Leopardi come il primo filosofo-artista cosciente di essere tale. Che cosa intendi per filosofo-artista?

Nella storia della filosofia può capitare di imbattersi in filosofi che pensano in maniera diversa ed alternativa e che scelgono di non affiliarsi ad alcuna scuola di pensiero preimpostata. Sono quei filosofi che soffrono la categorizzazione e vengono per questo ritenuti pensatori marginali, senza alcuno spessore. I filosofi-artisti sono dei pensatori che utilizzano il concetto (per dirla alla Deleuze), ma lo utilizzano in maniera plastica e non assoluta, consci del fatto che ogni concetto debba poi essere storicizzato. Se utilizzassimo il concetto di filosofo-artista in maniera assoluta come tutti gli altri concetti impiegati dalla filosofia, e cioè in maniera statica, staremmo già violando sostanzialmente la natura e quindi lo stesso concetto di questi eretici del pensiero. Il concetto di filosofo-artista è plastico e dinamico, in continua evoluzione, anche se ci sono delle costanti  ed una di queste è indubbiamente la forma impura dello stile: un mélange, un insieme di stili diversi possono dare forma ad un pensiero filosofico, senza necessariamente piegarsi alle regole delle dissertazioni, del saggio filosofico, senza rientrare quindi negli schemi della scrittura filosofica accademica. Ma non potremmo certamente definire filosofo-artista solo colui che si esprime attraverso la poesia (o altre forme d’arte) facendo della filosofia e viceversa. Il filosofo-artista è anche colui che rifiuta la metafisica, e cioè quell’astrazione pura che non ha alcun legame con la vita. È un individuo cosciente di pensare la propria vita e di vivere pensando e riflettendo sulla propria esistenza. Il filosofo-artista è fondamentalmente un pensatore che rifiuta quell’antropocentrismo che ha caratterizzato il pensiero cristiano-cattolico e che ancora oggi lo definisce, immaginando l’essere umano come una creatura straordinaria calata dall’alto e senza alcuna relazione con gli altri esseri viventi. In realtà, comprendere l’animalità dell’essere umano è qualcosa che ci aiuta a capire meglio la nostra vera natura, che è in continuità assoluta con quella degli altri animali. L’irrazionalità è parte integrante del nostro essere e di questo Leopardi è perfettamente consapevole. E come ogni filosofo-artista è assolutamente capace di ridere del dolore e dell’esistenza, senza prendersi troppo sul serio, sapendo bene che solo l’ironia potrà essere un efficace strumento di salvezza.

Leopardi, il filosofo artista eretico e inattuale

Biagio Guastella

Descrivi le Operette Morali come una satira dell’antropocentrismo, animata da un’attitudine derisoria contro il progresso moderno e la sua società egoista e autodistruttrice.

Esattamente. Il filo conduttore delle Operette Morali è proprio la critica ad una società satolla e saccente che pensa di aver già capito tutto e che crede ancora nelle illusioni, senza considerarle tali (in primis l’illusione di una ragione assoluta), autocondannandosi per questo all’isolamento e alla depressione, condizioni nelle quali Leopardi visse fisicamente e intellettualmente, ma dalle quali riuscì a liberarsi in maniera molto cosciente. Nelle Operette morali si percepisce invece una netta continuità fra l’uomo e gli altri animali; l’uomo non è un essere speciale e si distingue dagli altri esseri solamente per alcune facoltà particolari dovute alla sua fisicità. Leopardi è certamente un materialista convinto, ma il suo non sarà un materialismo riduzionalista e gretto che nega il pensiero. Per Leopardi, il pensiero non è altro che materia pensante, abitante l’umano: l’uomo è dunque materia che pensa. E proprio quel famoso postulato cartesiano delle due sostanze, riferimento assoluto di tutto il pensiero medico, scientifico, sociale ed economico dell’800, per il quale risulterà netta e chiara la distinzione tra corpo meccanico e spirito, diventerà bersaglio primario della satira leopardiana, insieme alla società della scienza e della tecnica, che su quel principio si è fondata. Esempio paradigmatico ed esilarante di questo agire è l’operetta Proposta di premi fatta all’Accademia dei Sillografi, nella quale, attraverso un concorso, vengono proposti dei premi con ricchezze fantomatiche per colui il quale riuscirà a produrre uomini perfetti come macchine, in grado di recitare ruoli altrettanto perfetti, come se la vita umana potesse essere spiegata meccanicamente. Per Leopardi, non è possibile immaginare un pensiero senza corpo o viceversa. Un corpo senza pensiero sarà di fatto un cadavere e allo stesso modo lo sarà quella società razionalista che da sempre rincorre il mito del progresso come unica via possibile, esibendo nel contempo una manifesta incapacità di rivedere con un colpo d’occhio la vita nel suo insieme. Quel colpo d’occhio che solo il genio del poeta filosofo o filosofo-artista sarà in grado di esercitare.

Che impressioni hai ricavato dal recente film Il giovane favoloso di Mario Martone? 

Del film mi ha favorevolmente colpito la straordinaria fotografia, oltre all’ottima interpretazione di Elio Germano. Il giovane favoloso ha avuto poi senz’altro il grande merito di risvegliare un certo interesse verso la figura del nostro filosofo-artista, riportandolo in qualche modo agli onori della cronaca, soprattutto in Francia. Resta però un grosso equivoco di fondo che secondo me è rappresentato dai contenuti del film. È vero che non esistono in esso dialoghi improvvisati, essendo tutti tratti o dalla corrispondenza privata del Leopardi o dallo Zibaldone o dalle altre sue opere (a tale proposito non si può certo dire che il lavoro sulle fonti non sia stato encomiabile), ma è altresì vero che attraverso la loro composizione e interpretazione, si viene a percepire un’immagine non veritiera del Leopardi. Se intenzione dichiarata di Martone era quella di regalarci l’immagine di un altro Leopardi (emblematica la locandina del film con Elio Germano a testa in giù), rispetto a quella di un Leopardi pessimista, sfortunato e infelice, immagine a cui la critica letteraria ci ha stancamente abituato sino ad oggi, non credo assolutamente che tale scopo sia stato raggiunto. Solo in una scena del lungometraggio, in un bar di Napoli, abbiamo occasione di ammirare un Leopardi che si innervosisce assai, essendo preda di una feroce reazione contro quegli amici che si ostinano a ricondurre le sue idee alla sua condizione fisica. Nel resto del film non si è fatto altro che raccontare la disperazione di un’individuo, lasciando molto poco spazio a quel Leopardi che vive la vita pienamente e compiutamente. Oggi possiamo infatti affermare con certezza che il Leopardi aveva un pensiero sul corpo e sull’unità psicosomatica (l’unità di psiche, intelletto e corpo), che lo avvicinava di molto all’entusiasmo  nietzschiano per la vita. La contingenza della malattia insomma, non può certo giustificare o ridurre il pensiero leopardiano a un pessimismo di secondo ordine e nel film purtroppo questa è la caratteristica che emerge principalmente.

Vi è poi un’ambiguità capitale nel film, che ho mal sopportato. Mi riferisco al racconto dell’identità affettiva del Leopardi. Cito come esempio la famosa scena in cui vediamo Ranieri intento ad accompagnare Leopardi da un ermafrodita. Mario Martone, in occasione della presentazione parigina de Il Giovane Favoloso, ebbe modo di dirmi di come essa sia stata l’unica scena del film inserita arbitrariamente da lui, priva quindi di qualsiasi aderenza alla biografia leopardiana. Ora, posso comprendere, senza alcun dubbio, la conclamata esigenza da parte sua di aggiungere nel film qualche elemento utile a raccontare la dimensione affettiva di Leopardi, visto il silenzio assoluto da parte della tradizione riguardo alla sua storia d’amore vissuta con Ranieri, ma a questo punto, credo che forse sarebbe stato più onesto semplicemente ammettere una volta per tutte che Leopardi e Ranieri si amavano. Purtroppo, ancora oggi, continua ad esserci un’enorme reticenza su questo tema. Vorrei essere ancora più chiaro nel mio ragionamento: se tu come regista senti l’esigenza di inventare una scena amorosa di un certo tipo, limitandoti a lasciar  intendere tra le righe una supposta ambiguità della sessualità leopardiana, (o per meglio dire sessuofobia) è evidente a mio avviso che qualcosa sai, ma che forse non puoi o non vuoi affermarla chiaramente. Se poi aggiungi le scene in cui Leopardi si accompagna ad un bel ragazzetto napoletano e qualche bel gioco di sguardi con Ranieri, l’opera è portata a compimento. Ci si accontenta di lasciar intendere qualcosa, senza avere il coraggio (o forse la libertà?) di affermare che il più grande pensatore italiano dell’Ottocento era omosessuale. Ora, non credo certamente che Leopardi debba essere incastonato in una categoria, né che dobbiamo farne una bandiera dei diritti civili contemporanei, ma non credo neanche che sia particolarmente giusto fare quello che hanno fatto alcuni intellettuali italiani agli albori del Terzo Millennio, e cioè minacciare di querela tutti coloro i quali avessero lasciato intendere minimamente la sua natura omosessuale (tra le altre cose pienamente accreditata dai suoi contemporanei). Lo ritengo esercizio sciocco e insensato, oltrechè, mi si perdoni il termine, omofobo. Sono altresì convinto che proprio la presa di coscienza da parte di Leopardi del suo amore per Ranieri e conseguentemente l’accettazione della sua più intima natura, abbiano generato in lui un formidabile slancio di speranza, permettendogli di creare un capolavoro come La Ginestra, che risente appunto della percezione di un’insperata condizione di vita libera, da lui mai sperimentata in altre zone d’Italia.

Leopardi, il filosofo artista eretico e inattuale

Gerardo Maffei e Biagio Guastella

Come nasce in Leopardi la consapevolezza della propria omosessualità? 

Nasce molto tardivamente. Il primo aspetto importante da considerare è il contesto nel quale vive il Leopardi, cresciuto in una famiglia dell’Ottocento iper-cattolica e conservatrice. La parola omosessuale è qualcosa di inimmaginabile e impronunciabile all’epoca. Lo stesso Leopardi prima dei vent’anni scrive nello Zibaldone alcuni pensieri al riguardo, definendo l’omosessualità come una “perversione del mondo greco”. Passerà ancora qualche anno prima che egli possa raggiungere una piena consapevolezza della propria natura amorosa. È possibile certo che abbia vissuto delle infatuazioni ideali per alcune donne (anche se non abbiamo neanche la certezza che una Silvia sia realmente esistita). Si fa un gran parlare del suo invaghimento per Fanny Targioni Tozzetti, donna amata, sembrerebbe, da Ranieri, alla quale si crede che il Leopardi avesse dedicato il ciclo di Aspasia. In realtà fu solo, a mio modesto avviso (e non solo), un valido espediente per poter dichiarare in modo indiretto il proprio amore a Ranieri, cosa che Leopardi non avrebbe potuto fare pubblicamente.

I due, Ranieri e Leopardi, andranno a vivere insieme a Napoli, dopo aver girato l’Italia. Viaggi che costarono molto, in termini di fatica, a Leopardi, viste le sue precarie condizioni fisiche, ma che egli affrontava solo per star vicino al suo amato. Seppur la Napoli dell’Ottocento fosse certamente molto più aperta negli usi e nei costumi rispetto al carcere d’oro di Recanati, la loro storia d’amore sarà comunque molto sofferta. Significative al riguardo sono le lettere abbastanza esplicite che Leopardi scriverà a Ranieri, in cui emerge chiaramente il disagio quotidiano provocato dall’ilarità generale dovuta al loro vivere insieme. Leopardi è purtroppo consapevole che anche un sentimento così puro e nobile come l’amore debba sottostare a regole preordinate, per le quali l’unico amore accettabile potrà essere solo quello tra un uomo e una donna. L’amore perde così, agli occhi di Leopardi, quella dimensione di strumento per una possibile via d’uscita dal nichilismo. Quel posto sarà occupato dall’immaginazione. E non per questo Leopardi smetterà di amare Ranieri. I loro scambi epistolari saranno intensissimi, prima del loro ricongiungimento a Napoli. Basterà avere la pazienza e l’accortezza di andare a rileggersi l’intera corrispondenza fra i due, senza ipocrisia, per sgomberare il campo da qualsiasi tipo di equivoco e poter dimenticare così una buona volta per tutte quella censura bigotta che sino ad oggi ha stancamente imperversato.

Leopardi stesso in alcuni passi dello Zibaldone viene a lamentarsi moltissimo del fatto che la sua opera fosse considerata solo e in quanto diretta conseguenza delle sue condizioni fisiche.

Esattamente. Siamo all’inizio dell’Ottocento, in un periodo di grande fermento in cui le scienze iniziano ad ottenere risultati e comincia a farsi strada un crescente entusiasmo per la “rivoluzione industriale”, all’interno di un clima positivista dominante. Molti non riescono a capacitarsi di come un intellettuale italiano possa avere un’immagine dell’esistenza così disillusa. La ragione in realtà è molto semplice, nel senso che Leopardi ha capito perfettamente come in quel periodo si stia costruendo un progresso sul nulla, ovvero sulla trasposizione del mito dell’immortalità nella scienza. Se prima il mito della immortalità era generato dalla Chiesa che prometteva, in cambio di una condotta di un certo tipo, l’accesso alla vita eterna, alla salvezza e al Paradiso, ora invece il Paradiso è diventato quello della scienza della tecnica. Un paradiso razionalista assolutamente da rigettare. Per Leopardi, meglio esistere con la consapevolezza di vivere sulle pendici di un vulcano, con il rischio che la propria casa sia distrutta da un’eruzione, e quindi senza alcuna certezza. La bellezza della vita sta proprio in questo. In quell’inatteso che ci aspetta dietro l’angolo ogni volta. La stessa cosa verrà detta dal viandante al venditore di almanacchi in una delle Operette Morali (Dialogo fra un passeggere ed un venditore di almanacchi): la speranza di una vita migliore risiede nel fatto che sostanzialmente non sappiamo nulla di ciò che ci accadrà, e se per caso avessimo la possibilità di poter rivivere la vita come l’abbiamo già vissuta, ci troveremmo senz’altro a rifiutare questa eventualità. Alla fine del dialogo, il viandante comprerà “il più bell’almanacco”. L’immaginazione creatrice di bellezza, diventa così la più grande ricchezza umana, l’unica facoltà che ci potrà salvare. Essa ci permette di abbellire il deserto della vita senza negarlo e di utilizzare la nostra libertà (che è derivata da quell’inatteso, da quel divenire che è l’essenza dell’esistenza) per creare un futuro diverso e migliore. Siamo noi gli artefici dell’avvenire attraverso l’immaginazione.

Leopardi, il filosofo artista eretico e inattuale

Biagio Guastella

Qual è, a tuo parere, la lezione più grande che possiamo ereditare dal pensiero leopardiano?

Senza dubbio, e continuo a ripetermi, la nostra capacità di immaginare. L’immaginazione diventa quello strumento vitale grazie al quale possiamo riformulare il nostro modo di vedere la vita e i relativi fini che ci siamo posti, ogni qual volta ci troviamo di fronte a problemi che producano più sofferenze che benefici. Mi piacerebbe “trasportare” Leopardi nel contesto contemporaneo, dove i regolamenti europei producono allegramente la sofferenza di un popolo come quello greco e dove l’equilibrio dei conti toglie welfare e dignità. I parametri economici sono convenzioni immaginate, per le quali si pretende che le leggi di mercato siano leggi “naturalmente” stabilite ed intoccabili, portando in questo modo a morire di fame milioni di persone. In questo frangente, Leopardi, senza prima essersi dimenticato di sbeffeggiare con la sua tagliente ironia quei gradassi che gestiscono il potere, amerebbe ricordarci (sulla scorta della lezione di Vico) che siamo stati noi gli artefici di questo modo di organizzare e concepire la società e che ci troviamo dunque di fronte a qualcosa di completamente artificiale, che potrà e dovrà funzionare solo fino a quando si produrranno più benefici che sofferenze. Se così non fosse, dovremmo avere la capacità di ripensare il modo in cui abbiamo organizzato la nostra vita collettiva quotidiana.

Sono assolutamente d’accordo con te, caro Biagio. Credo che sia ingenuo continuare a lottare e ad opporsi strenuamente ad un sistema economico, diventando per questo funzionali ad esso, se prima non compiamo lo sforzo di immaginare un modello di vita alternativo, ripensando quindi le nostre condizioni di esistenza.

Certamente. L’immaginazione è proprio quella caratteristica che rende la nostra specie straordinaria e che ci consente di produrre della bellezza di fronte al disastro e ai dolori della vita quotidiana. Anche l’organizzazione sociale è una produzione umana e quindi abbiamo la possibilità di immaginare un mondo in cui le ineguaglianze siano ridotte ed in cui una grossa fetta della popolazione mondiale non sia costretta a morire di fame. Dovremmo sforzarci di immaginare la situazione del nostro pianeta attraverso il colpo d’occhio del filosofo-artista. Può avere senso un pianeta in cui centinaia di milioni di persone sono costrette alla sofferenza e alla disperazione solo per mantenere in piedi il nostro tenore di vita? Forse è possibile che l’umanità riesca a darsi un fine ed un’organizzazione diversi, perché è dotata di quello straordinario strumento che è l’immaginazione. Per dirla con Leopardi: è assolutamente possibile immaginare un avvenire diverso, se solo lo desideriamo.

Finisce qui questo bellissimo incontro. Grazie infinite a Biagio Guastella per la sua generosità e per le sue vivaci illuminazioni. Per il suo pensiero libero da ogni condizionamento.

 

Se volete immaginare il Leopardi in maniera diversa e soprattutto se desiderate rileggere Leopardi per immaginare e ripensare la vostra vita in maniera diversa:

Biagio Guastella, Giacomo Leopardi, hérétique et inactuel, L’Harmattan, 2015

Se desiderate approfondire il concetto di filosofo-artista:

Jean-Noël Vuarnet,Le philosophe-artiste, Éditions Lignes, 2004

Bruno Cany, Renaissance du philosophe-artiste, Hermann,2014

Se desiderate semplicemente rileggere Giacomo Leopardi:

Operette morali, Feltrinelli, 2014

Pensieri, Adelphi, 2004

Lettere, Mondadori, 2006

Zibaldone di pensieri, Donzelli, 2014

Se invece vivete o siete di passaggio a Parigi, per godere di questi libri non dovete far altro che recarvi presso La Libreria, (89, Rue du Faubourg Poissonnière), dove la splendida Florence Raut vi accoglierà, dispensandovi ottimi consigli. Vivrete così un’esperienza unica, oltre a sostenere nel migliore dei modi possibili la vera cultura.