Barone Bipolare

Ed Van der Elsken o della Vita urgente

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Ed Van Der Elsken o della Vita urgente

Ed VAN DER ELSKEN, Territoires des yakusas, Kamagasaki, Osaka, 1960.

Je me réjouis de la vie, je ne suis pas compliqué, je me réjouis de tout. L’amour, le courage, la  beauté. Mais aussi le sang, la sueur et les larmes. Garde les yeux ouverts. È senza dubbio un’opera consacrata all’urgenza di vita, quella di Ed Van Der Elsken. Un avvincente processo esistenziale dove, in una sorta di autenticità indotta, la trascendenza del quotidiano esalta l’Umano, annientando ogni tipo di convenzione sociale. 

Ed Van Der Elsken o della Vita urgente

Ed VAN DER ELSKEN, Jumelles sur la place Nieuvmarkt, Amsterdam, 1956.

Con La Vie Folle (fino al 24 Settembre 2017 presso il Jeu de Paume, all’1 di Place de la Concorde), l’Altro si tramuta in necessario ed iconico antieroe nel cui corpo esitante vorremmo annullarci per sempre, dimenticando quell’oggi sbiadito e non certo ricolmo di empatia ed illusioni. E così, mentre divampa l’incendio di una provocata verità, la passione si cristallizza, dipingendosi in un accecante affresco dark-generazionale.

Un’Altra Vita è sempre possibile, per tutti noi, indomiti soldatini dell’auto-rappresentazione, e forse la più grande follia abiterà proprio in quel lusso esagerato di sé, ai margini da troppo tempo.

Il catalogo della mostra

Il Barone Bipolare alla Sorbonne Nouvelle

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Il Barone Bipolare alla Sorbonne NouvelleMaster Pro ICFI (Industries Culturelles France-Italie), tramite il Département d’Études Italiennes et Roumaines, invita il Barone Bipolare all’Université Sorbonne Nouvelle-Paris 3.

Gerardo Maffei, philosophe-anartiste, già autore di Silvio’s Glam Democracy (Éditions du Félin, 2012), illustrerà finalità ed azione culturale del Barone Bipolare, neonato progetto editoriale indipendente.

L’incontro (in lingua francese) si terrà mercoledì 30 Novembre 2016 dalle 17 alle 19 presso la salle D23, nell’ambito del Festival Italie Nouvelle, al 13 di Rue Santeuil, sede dell’Università medesima.

Rifiutare il lavoro di artista

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Maurizio Lazzarato è l’autore di Marcel Duchamp et le refus du travail, edito in Francia da Les Prairies Ordinaires.

Sociologo e filosofo indipendente, vive e lavora a Parigi dove svolge attività di ricerca sulle trasformazioni del lavoro e le nuove forme di movimenti sociali. Ricercatore presso Matisse/CNRS (Université Paris I), è membro del Collège international de philosophie de Paris. Ha fatto parte del comitato di redazione della rivista Multitudes di cui è stato uno dei membri fondatori.

Il nostro incontro avviene in rue de Saintonge, all’interno di un minuscolo e delizioso studio.

Marcel Duchamp e il rifiuto del lavoro

Su quali basi viene a costruirsi e a delinearsi il rifiuto del lavoro messo in atto da Duchamp? 

L’idea di Duchamp di rifiutare il lavoro salariato oltreché quello di artista è da rintracciarsi in primo luogo nell’esperienza della Comune di Parigi. Fu proprio all’interno di essa infatti che si sviluppò un forte dibattito su come poter superare la divisione tra lavoro intellettuale e materiale. E fu a quell’epoca che gli artisti decisero di costituirsi per la prima volta sotto forma di movimento politico, attraverso la Fédération des Artistes, dove figure del calibro di Lafargue e Rimbaud vennero ad incrociarsi. Sarà lo stesso Rimbaud, con il suo “ jamais nous ne travaillerons ” a costituire in seguito fonte di ispirazione per Guy Debord ed il suo “Ne travaillez jamais“, la celebre incisione realizzata su un muro della rue de Seine, divenuta ben presto una delle immagini-icona del movimento di contestazione studentesco del 68′. Duchamp applica il rifiuto del lavoro direttamente a sé stesso in quanto artista, rifiutandosi di appartenere a questa categoria e a nessun’altra, definendosi al massimo come un puro e semplice anartiste. Non arriverà mai a riferirsi direttamente alla precedente esperienza della Comune, anche se non mancherà di citare spesso Lafargue, spingendosi addirittura a copiare di sana pianta alcuni frammenti del suo pensiero, come abbiamo potuto appurare grazie al ritrovamento di alcuni fogli a lui appartenenti e custoditi oggi presso il Museo di Pasadena. Il concetto di paresse ed il correlato rifiuto del lavoro saranno vivamente presenti in numerosi scritti ed in molte interviste dello stesso Duchamp. Egli rivendicherà a più riprese di essere stato il primo ad aver introdotto la paresse ed il silenzio nell’arte, recuperando così integralmente e su un piano artistico (privo di qualsiasi sfumatura politica) proprio quei temi che in passato erano stati oggetto di accese discussioni presso la Fédération des Artistes. Tutta l’arte contemporanea ruota attorno al pensiero di Duchamp. Attraverso il concetto di paresse si ha soprattutto l’occasione di ripensare il tempo in maniera diversa, svincolandolo totalmente dai ritmi della produzione e dalla produttività. A mio parere, sarebbe molto interessante recuperare questa visione oggi anche da un punto di vista politico.

Rifiutare il lavoro di artista

Maurizio Lazzarato

È da ritenersi utopica e irrealizzabile la condizione di anartista, rivendicata dallo stesso Duchamp?

Moltissime persone hanno deciso di abbandonare l’arte proprio perché sottoposta alle leggi di mercato. Mi viene in mente un bellissimo testo pubblicato agli inizi degli anni 70′ da Lea Vergine, dove un artista italiano illustra meravigliosamente le motivazioni che lo hanno spinto ad allontanarsi dall’arte. Nessuno si ricorda più di lui ovviamente, essendo conseguentemente sparito dalla circolazione. Il gesto però è lo stesso di Duchamp. La cui posizione però è tortuosa, collocandosi al limite tra il rifiuto e la piena integrazione in un sistema. Anche lui avrebbe potuto essere uno dei tanti, ma grazie agli artisti e alle avanguardie storiche degli anni 60′ viene recuperato dall’arte contemporanea. Quando il gallerista milanese riproduce i suoi ready-made e comincia a venderne otto, la sua integrazione nel mercato è fatalmente compiuta. È doveroso comunque precisare di come le suggestive traiettorie disegnate da Duchamp siano difficilmente percorribili a livello puramente individuale, necessitando esse di una minima forma sociale. Altrimenti è chiaro che si resterà inevitabilmente fuori dai giochi. Duchamp riesce a sostenere individualmente le proprie posizioni, avendo il privilegio di poter godere di un piccolo reddito familiare, ottenuto grazie ad un anticipo di eredità, ed essendo in generale appoggiato e sostenuto da molti borghesi amanti dell’arte negli Stati Uniti. Conduce una vita modesta e non appariscente, dichiarando espressamente di non volere sobbarcarsi l’onere di una famiglia, al fine appunto di preservare nel miglior modo possibile la sua indipendenza e coerenza di pensiero. Aspetto curioso da rilevare è che la sua crescita artistica avviene proprio in quel preciso momento storico in cui prende avvio un robusto processo di asservimento da parte dell’arte al mercato, trovandosi gli artisti sempre di più ad essere incastrati in meccanismi di feroce valutazione. Duchamp non ci sta e non si stancherà mai di ripetere di come un artista debba essere assolutamente underground, scansando i riflettori dell’arte contemporanea. La sua, come detto, resterà una posizione veramente al limite, anche se gestita con fine intelligenza. Resta comunque evidente di come Duchamp abbia posto un problema importante, affermando nella sostanza che alla fine nell’essere operaio o nell’essere artista, si andrà comunque ad occupare una casella decisa da altri. Ovvero dalla società, attraverso una rigida divisione del lavoro. Duchamp si propone fermamente di demolire questa assegnazione. Noi che apparteniamo al post operaismo italiano, avremmo forse dovuto concentrarci maggiormente su questo aspetto, non partendo nei nostri ragionamenti dalla descrizione del lavoro, ma proprio dal suo rifiuto. Sono stato il primo venticinque anni fa a scrivere articoli in cui parlavo di lavoro immateriale, descrivendolo come atto creativo e implicante l’anima e ho deciso di metterli da parte perché con il passare del tempo mi sono reso conto che certi concetti erano non privi di ambiguità. Non ci si può soffermare troppo a descrivere il Capitale, senza inserire nel discorso un netto elemento di rottura. Questo elemento è certamente rappresentato dal rifiuto del lavoro. Il problema odierno casomai può essere rappresentato dal come praticarlo. Diventerà difficile applicarlo infatti, se nella maggior parte dei casi una persona si troverà ad essere imprenditrice di sé stessa, e quindi senza un padrone contro cui battersi. Non credo esistano alternative possibili a questa azione di rottura. Solo interrompendo certi flussi e una certa comunicazione si potranno creare dei luoghi possibili, altrimenti non potremo che restare all’interno dei possibili dati, che saranno inevitabilmente quelli del sistema capitalista.

Rifiutare il lavoro di artista

Gerardo Maffei e Maurizio Lazzarato

A quali trasformazioni si è sottoposta nel tempo la società del lavoro?

Mettiamo subito le cose in chiaro: gli operai non sono certo diminuiti. Al contrario, prendendo spunto dai dati di Paesi come Cina ed India, possiamo senz’altro affermare di come a livello mondiale essi siano aumentati. Quella che è venuta a mancare è la forza politica della classe operaia, che non esiste più nei termini in cui noi tutti l’abbiamo conosciuta. Esiste un doppio problema che ha in qualche modo distrutto certe forme di lavoro: da una parte la finanziarizzazione dell’economia e dall’altra la precarizzazione del lavoro. I due aspetti sono strettamente connessi tra loro. Come abbiamo visto nella situazione di estrema difficoltà economica creatasi recentemente in Grecia, sono purtroppo le strutture finanziarie e non lo Stato a dettare le regole del gioco in certi frangenti e quindi a definire a livello sociale il numero dei disoccupati, i salari, le pensioni e molto altro. Chi compra il debito di uno Stato in sostanza ha un grosso potere di decisione e di influenza su molte vite umane. La precarizzazione del lavoro è legata invece ai movimenti continui e aberranti del Capitale, che richiedono una assoluta mobilità da parte della forza-lavoro. In questo contesto si è fatta strada l’illusoria idea-ideologia che potessimo d’un tratto divenire imprenditori di noi stessi, autonomi e indipendenti, liberandoci dai gioghi del lavoro subordinato e potendo gestire il nostro tempo. È chiaro invece che così non è stato, ritrovandoci in realtà sottoposti a nuove e più efficaci forme di subordinazione. E così veniamo a imbatterci in casi come quello della compagnia statunitense Uber, e dei suoi tassisti virtualmente imprenditori di sé stessi, che però una sentenza della corte di San Francisco ha considerato a tutti gli effetti come impiegati. In questo tipo di situazione non è nemmeno filologicamente corretto rapportarsi ad un’etica del lavoro. Siamo infatti passati da una società del lavoro a quella dell’impiego. Si può cioè lavorare senza essere impiegati oppure essere impiegati senza lavorare. Sarebbe opportuno comprendere a fondo la differenza sussistente fra lavoro e impiego. Dal dopoguerra in poi il problema principale per la nostra società è stato infatti quello del pieno impiego e non del pieno lavoro. Per questo motivo possiamo tranquillamente affermare che la categoria del lavoro è stata da un certo punto di vista un po’ snaturata. E la precarizzazione dello stesso è stata edificata attorno a questo fraintendimento. La situazione è divenuta ancor più drammatica a causa di una presunta e acclamata responsabilizzazione del lavoratore autonomo e precario, che si è tradotta di fatto in una sua deresponsabilizzazione al quadrato. Se prima infatti l’operaio della grande fabbrica aveva una responsabilità limitata e circoscritta, adesso il lavoratore precario non ne ha nei fatti alcuna e risulta completamente disinteressato al suo lavoro. Tutto ciò ci sta conducendo verso una catastrofe ecologica e politica, aggravata dal fatto che proprio quei meccanismi finanziari che hanno distrutto il lavoro stanno via via accumulando delle “bolle” che prima o poi scoppieranno.

Rifiutare il lavoro di artista

Maurizio Lazzarato

I problemi che inevitabilmente si manifesteranno, non potranno essere risolti né a livello individuale, né a livello del lavoro, all’interno del quale diventerà sempre più complicato orchestrare una protesta, ma attraverso nuove forme di aggregazione sociale. Il non-movimento francese della Nuit Debout costituisce un valido esempio. È all’interno di esperienze come questa che si potrà riformulare appieno una critica del lavoro e della sventurata logica del pieno impiego. Nel mondo circostante i lavoratori precari sono sempre più isolati ed in conflitto tra di loro, impegnati ad occupare il posto l’uno dell’altro. Il problema centrale del capitalismo che li utilizza non è il tempo di lavoro, ma la loro disponibilità a entrare immediatamente e qualora ce ne fosse bisogno nel ciclo della produzione. Per questo sono costretti ad entrare giocoforza in una logica di concorrenza feroce, essendo terrorizzati all’idea di essere esclusi dal mercato. Da qualche anno è stato introdotto in Inghilterra il cosiddetto contratto a zero ore. Si chiama così perché tu firmi un contratto con l’impresa, ma non sai esattamente come e quando lavorerai. Una settimana potrai non lavorare del tutto, mentre quella dopo potrai magari essere impiegato anche per cinquanta ore. Nel frattempo dovrai stare a casa ed attendere una chiamata. Il 20 per cento dei dipendenti di Buckingham Palace ha questo tipo di contratto. Siamo di fronte all’apice della disponibilità assoluta. E intanto, nell’attesa di questa chiamata, la propria vita sarà completamente destrutturata e snaturata. In Italia invece si sta sviluppando sempre di più quello che viene definito come il concetto di economia della promessa: soprattutto per quanto riguarda i lavori precari ed intellettuali, si potrà essere impiegati percependo un bassissimo salario, con la promessa che prima o poi in futuro si potrà ottenere un posto fisso e ben remunerato. Questa situazione poteva avere un barlume di verosimiglianza forse qualche anno fa, quando dopo due o tre anni di apprendistato in un’azienda si potevano nutrire legittime speranze di assunzione. Adesso il rischio è che questo tipo di promesse si riproducano all’infinito e che di fatto ci si ritrovi a sessant’anni nella medesima situazione. A Milano in occasione dell’Expo sono stati i sindacati stessi a firmare un accordo finalizzato ad un lavoro gratuito per molti giovani, giustificato dal fatto della loro possibile esperienza e dai molti contatti che essi avrebbero potuto ottenere. Quest’economia della promessa si sta pericolosamente estendendo a macchia d’olio in tutti i settori lavorativi, soprattutto in quelli artistici e intellettuali, con l’unico ed evidente scopo di ottenere gratis della forza lavoro.

Gouverner par la detteNel suo Gouverner par la dette (Les Prairies Ordinaires, 2014) lei riesce a smascherare efficacemente l’ideologia neoliberista che approfitta del debito per difendere i propri interessi. Ci può illustrare con precisione questo meccanismo?

Il Capitale a partire dagli inizi degli anni 70′ ha spostato il terreno dello scontro di classe dalla relazione capitale-lavoro alla relazione creditore-debitore. Nel 1971 il dollaro si è sganciato dall’oro ed è diventato una moneta autonoma, non avendo più nessun rapporto con l’economia ed essendo quindi utilizzabile a scopi politici. Sino a quel momento gli Stati Uniti  avevano brillantemente ottemperato al ruolo di Grande Creditore esportando capitali (un esempio eclatante di questo agire è il cosiddetto piano Marshall). C’è stato in seguito un netto ribaltamento di strategia, attraverso il quale gli Stati Uniti stessi hanno deciso di incarnare il ruolo di Primo Debitore, arrivando in questo modo a far sì che il debito venisse a costituire la nuova forma generale dell’economia e della governabilità. La relazione tra debitore e creditore è aspetto fondamentale di questo processo. Questo rapporto di forze è emerso ancor più chiaramente durante la crisi dei cosiddetti subprimes, dal momento che a causa della crisi del debito pubblico ognuno di noi si è ritrovato ad essere nella sostanza dei fatti un debitore. Ho letto recentemente un libro sull’India dove è stata celebrata come grande innovazione democratica la concessione di un minicredito a 250 milioni di contadini poveri. La realtà ci racconta purtroppo di come questo tipo di operazione abbia contribuito a produrre suicidi di massa e tutto ciò per una manciata di soldi presi in prestito. È stato addirittura conferito il premio Nobel alla persona che ha strutturato questo meccanismo. La relazione creditore-debitore si insinua in tutti i poli sociali e non è cosa che riguarda astrattamente solo i grandi mercati, arrivando a contaminare nel vivo l’esistenza di molte persone. Non possiamo non accorgerci di quello che è successo recentemente in Grecia a causa della crisi del debito pubblico: come ho già avuto occasione di affermare precedentemente in questa intervista è innegabile il fatto che tutta la materia inerente alle grandi categorie economiche quali ad esempio il livello del reddito, delle pensioni, dei salari e della disoccupazione, sia stata impietosamente sottoposta al diretto controllo di una gigantesca macchina da guerra finanziaria. Essere debitori non significa solamente far parte di questo circolo economico, ma anche esserne soggettivamente implicati, arrivando il debito a svolgere una poderosa azione di colpevolizzazione. La Genealogia della morale di Nietzsche, in assoluto a mio parere uno dei più bei libri della storia della filosofia, descrive alla perfezione questo meccanismo, questo stretto rapporto tra colpa e debito. È lo stesso termine tedesco schuld a costituire esempio illuminante in tal senso.

Maurizio Lazzarato

Maurizio Lazzarato

Il debito è fondamentalmente una promessa, un pagherò, è qualcosa che si proietta verso il futuro. Come ci spiega abilmente Nietzsche, problema centrale sarà quello di costruire un uomo che sia capace di promettere, anche se è ovviamente da sottolineare il fatto che lui utilizzi questo ragionamento per un altro tipo di società. Nel nostro caso specifico, perché l’uomo sia capace di promettere, sarà necessario utilizzare determinate tecniche che lo inducano ad onorare il suo debito. L’introiezione della soggettività di debitore, non potrà che procurare conseguenze significative, sottoponendo la nostra società ad una fase non priva di contraddizioni. Se vogliamo rifarci all’esempio della televisione odierna, da una parte assistiamo ad un telegiornale che da sempre svolge un’imponente azione di colpevolizzazione, portando inevitabilmente lo spettatore a sentirsi responsabile della crisi economica e dei propri modelli di vita, dall’altra invece esiste una pubblicità che per sua natura è portata a scatenare un meccanismo contrario, considerando lo spettatore come “innocente” e meritevole di tutte le attenzioni possibili verso se stesso, che sfoceranno in seguito nell’acquisto di merci. Questa contraddizione si è resa ancora più evidente dopo la crisi del 2008. Se da una parte una persona verrà sempre considerata capace e buona ai fini del mercato, dall’altra dovrà sentirsi terribilmente in colpa se indebitata o disoccupata e in condizioni precarie. Questo fenomeno di colpevolizzazione altro non è che una riconversione della soggettività di massa ed è indissolubilmente legato all’ascesa dei nuovi nazionalismi in Europa. La paura dell’altro, dell’immigrato e del rifugiato non può che essere diretta conseguenza di questo sentire. Ci troviamo così davanti ad una società reazionaria e colpevole e questo non potrà che condurci sempre di più verso un processo di radicalizzazione dello scontro politico, destinato ad aumentare sempre di più nel tempo. Quel procedimento che molti definiscono come crisi è irreversibile. Fino ad adesso si è riusciti in qualche modo a tamponare le falle esistenti, attraverso un abnorme produzione di moneta che però sfortunatamente non è mai arrivata nelle nostre tasche. Tutto si ferma a livello finanziario. Sussiste un grosso problema infatti: i soldi vengono messi in circolo, ma non fanno girare l’economia, perché non arrivano alla gente ed è così che vengono a prodursi le “bolle” finanziarie. Gli unici due mercati che sono risaliti dopo la crisi sono stati quelli della finanza e dell’arte contemporanea. I soldi vengono utilizzati per comprare un’opera d’arte o tutt’al più per essere depositati nei cosiddetti paradisi fiscali. Ma come ammoniva giustamente Karl Marx, il denaro non è fatto per essere messo nelle proprie tasche. Il capitalista non è persona avara, ma al contrario è colui che investe, e che fa valorizzare il denaro. Se non si valorizza il denaro e si decide di bloccare questo processo, non potranno che sussistere grosse difficoltà. Il Capitale è valorizzazione infinita ed il fatto che esso divenga tesorizzato non potrà che costituire un forte limite, essendo la logica della tesorizzazione assolutamente precapitalistica. Se il Capitale non investe i guadagni che ha prodotto è costretto a fermarsi. Ed è quello che sta esattamente succedendo oggi. 32000 miliardi di Euro giacciono nei paradisi fiscali senza sapere dove essere investiti. Quella che molti dipingono come crisi non è certamente una crisi economica. La crisi esiste, ma è insita nel rapporto fra classi sociali. Le misure economiche prese in seguito agli accadimenti del 29′ risultarono efficaci perché si arrivò a modificare i rapporti politici, dando i soldi agli operai, riconoscendo i  loro sindacati e all’interno di questa logica riformista i rapporti politici cambiarono profondamente. La crisi odierna invece vuol essere affrontata solo attraverso il rapporto politico e non potrà che acuirsi, visto che gli Stati non hanno più i soldi per poter investire e salvare il sistema. Unica soluzione eternamente prospettata è quella di rilanciare la crescita economica, che in realtà non potrà mai attuarsi. Da più di quarant’anni infatti ci troviamo di fronte ad un’ unica e perenne oscillazione della crisi, cambiando essa solo di identità.

Rifiutare il lavoro di artista

Gerardo Maffei e Maurizio Lazzarato

Ritornando a Duchamp è importante che nel capitalismo contemporaneo si opponga un rifiuto. Solo  interrompendo i flussi della produzione e della comunicazione in cui tutti siamo totalmente immersi, arrivando quindi a creare spazi di non-comunicazione, di non-produzione e di non-asservimento al consumo, si potranno aprire delle possibilità per cambiare la nostra soggettività. Tutti siamo corresponsabili di questo sistema. Tutti dipendiamo dalla comunicazione, dal consumo e dal nostro lavoro. Non potrebbe essere altrimenti. La condizione per cambiare la nostra soggettività sarà legata esclusivamente alla scelta di interrompere o aprire uno spazio. Se avremo il coraggio di essere intelligenti potremo cambiare non solo il mondo, ma anche e soprattutto la nostra maniera di vivere.

Il nostro incontro è giunto al termine. Grazie a Maurizio Lazzarato per la profondità e la lungimiranza del suo pensiero.

Se desiderate approfondire e conoscere da vicino il pensiero di Maurizio Lazzarato:

• Marcel Duchamp e il rifiuto del lavoro, Temporale, 2014

• La fabbrica dell’uomo indebitato. Saggio sulla condizione neoliberista, DeriveApprodi, 2012

• Il governo dell’uomo indebitato. Saggio sulla condizione neoliberista, DeriveApprodi, 2013

• Il governo delle disuguaglianze. Critica dell’insicurezza neoliberista, Ombre Corte, 2013

• La politica dell’evento, Rubbettino, 2005

Se invece vivete o siete di passaggio a Parigi, per godere di questi ed altri libri non dovete far altro che recarvi presso La Libreria (89, Rue du Faubourg Poissonnière), dove la splendida Florence Raut vi accoglierà, dispensandovi ottimi consigli. Vivrete così un’esperienza unica, oltre a sostenere nel migliore dei modi possibili la vera cultura.