Barone Bipolare

The Color Line o la dolce inciviltà

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ROBERT DUNCANSON Uncle Tom and Little Eva , 1863

Robert DUNCANSON, Uncle Tom and Little Eva , 1863

L’espressione fu coniata nel 1881 dal leader nero Frederick Douglass, in un articolo scritto per The North American Review. The Color Line (fino al 15 Gennaio 2017 presso il Musée du Quai Branlyal 37 del Quai Branly) ci racconta proprio di quell’immaginaria e rigida frontiera che ancora oggi negli Stati Uniti separa i bianchi dagli africans-americans, nonostante la formale uguaglianza, legalmente sancita nel 1964 attraverso il Civil Rights ActUna segregazione razziale dalle mille sembianze, che dal 1865, anno in cui fu abolita la schiavitù, si propaga ininterrottamente sino ai giorni nostri e durante la quale viene a manifestarsi un’arte vissuta soprattutto in quanto atto di pura resistenza politica, all’interno di un Paese fondato sulla discriminazione. Impossibile a tale riguardo non restare profondamente incantati di fronte alla lucida e forte provocazione di Edmonia Lewis, che nel 1867, per la sua scultura Forever Free, mostrandoci una coppia di schiavi neri intenti a liberarsi delle proprie catene, decide di utilizzare come materiale del marmo bianco, fino ad allora esclusivamente impiegato per esaltare la bellezza degli dei.

Hank Willis Thomas, Amandla, 2013

Hank WIILLIS THOMAS, Amandla, 2013

Southern trees bear a strange fruit, blood on the leaves and blood at the root, Black bodies swinging in the southern breeze, strange fruit hanging from the poplar trees. Non esistono forse parole più adatte di quelle di Billie Holiday nella sua struggente Strange Fruit (canzone che dà anche il nome ad un apposita sezione della mostra), per illuminarci una volta in più sul recente grado di inciviltà di una nazione che, fino ai primi anni 80′ ha acconsentito alla selvaggia pratica dei cosiddetti lynchings, quei crimini pubblici impuniti ed eseguiti senza alcun ritegno da folle assatanate di violenza, in una sorta di orribile auto-giustizia popolare.

• Il catalogo della mostra

Food Coop e la ricerca dell’utopia concreta

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In America è triste consuetudine che i supermercati, paradossalmente anche nelle periferie più povere, offrano cibi industriali e quasi mai freschi, a prezzi veramente esorbitanti, nonostante la profonda crisi economica. Divenuta da subito istituzionale alternativa alla grande distribuzione, la Park Slope Food Coop è una cooperativa alimentare partecipativa, nata più di quarant’anni fa a Brooklyn, Food Coop e la ricerca dell'utopia concretagrazie alla quale 17.000 soci, in cambio di circa tre ore lavorative al mese, riescono ad approvvigionarsi con prodotti di ottima qualità, in condizioni decisamente favorevoli rispetto al mercato e nel più assoluto rispetto della natura. Il tutto registrando un volume d’affari annuale pari a ben 19,4 milioni di dollari!

Food Coop, documentario di Tom Boothe (prodotto da Lardux Film con il sostegno di CNC, Région Île-de-France e Télé Bocal), si immerge minuziosamente nei meccanismi di questa microsocietà dai seducenti principi anti-capitalisti.Food Coop e la ricerca dell'utopia concreta Un progetto ad alto potenziale sovversivo, in cui spicca la salutare condivisione di un bene comune da parte di esseri umani capaci ancora di agire ed immaginare orizzonti altri. E nel quale ognuno si manifesterà, scevro da ogni possibile impulso di competizione, riassaporando nella piena socialità l’autentica gioia di vivere.

Provoke, necessità di azione

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Provoke, necessità di azione

Takuma NAKAHIRA, Provoke 1, 1968

Provoke. Entre contestation et performance : la photographie au Japon 1960-1975, (fino all’11 Dicembre 2016 presso LE BAL al 6 dell’Impasse de la Défense), inquadra perfettamente la scintillante alba politico-estetica di un nuovo linguaggio, in gioiosa rottura con il passato. I fondatori della rivista giapponese Provoke, (con sottotitolo: Materia che provoca il pensiero, e tre soli numeri all’attivo tra il 1968 e il 1969, per un totale di 1500 copie) non si rassegnano infatti all’ipotesi di un’arte contemplativa, rivendicando assoluta necessità di azione.

Provoke, necessità di azione

Anonyme, Contestation autour de l’aéroport de Narita, 1969

In un mondo già saturo di immagini mediatiche, nel quale ogni realtà non può che essere virtuale, il fotogiornalismo ideologico e convenzionale dei primi anni Sessanta risulterà giocoforza inadeguato nel trasmettere appieno le implicazioni di una sempre più intensa crisi sociale nipponica. Ci troviamo nei fatti alle prese con una mal tollerata presenza militare americana a Okinawa, che farà dilagare la prostituzione nell’isola stessa. Oppure dinanzi al folle progetto di costruzione dell’aeroporto di Narita, che condurrà inevitabilmente all’espropriazione di moltissime fattorie. La fotografia si trasforma così in materiale di resistenza da reiventare a tutti i costi, esplorando diverse e radicali soggettività, in una sorta di auto-celebrazione eversiva. Il collettivo Hi Red Center, in sfregio al consumismo imperante, si renderà protagonista a Tokyo di una memorabile performance, dove si spingerà a gettare dal tetto di un grande magazzino una lunga serie di oggetti quotidianamente inutili.

Quale miglior desiderio potremmo provare oggi se non quello di unirsi corporalmente ed artisticamente a questa effervescente lotta per l’Altro, ed insieme all’Altro?

• Provoke / Between Protest and Performance / Photography in Japan 1960-1975