Provoke, necessità di azione

Takuma NAKAHIRA, Provoke 1, 1968

Provoke. Entre contestation et performance : la photographie au Japon 1960-1975, (fino all’11 Dicembre 2016 presso LE BAL al 6 dell’Impasse de la Défense), inquadra perfettamente la scintillante alba politico-estetica di un nuovo linguaggio, in gioiosa rottura con il passato. I fondatori della rivista giapponese Provoke, (con sottotitolo: Materia che provoca il pensiero, e tre soli numeri all’attivo tra il 1968 e il 1969, per un totale di 1500 copie) non si rassegnano infatti all’ipotesi di un’arte contemplativa, rivendicando assoluta necessità di azione.

Provoke, necessità di azione

Anonyme, Contestation autour de l’aéroport de Narita, 1969

In un mondo già saturo di immagini mediatiche, nel quale ogni realtà non può che essere virtuale, il fotogiornalismo ideologico e convenzionale dei primi anni Sessanta risulterà giocoforza inadeguato nel trasmettere appieno le implicazioni di una sempre più intensa crisi sociale nipponica. Ci troviamo nei fatti alle prese con una mal tollerata presenza militare americana a Okinawa, che farà dilagare la prostituzione nell’isola stessa. Oppure dinanzi al folle progetto di costruzione dell’aeroporto di Narita, che condurrà inevitabilmente all’espropriazione di moltissime fattorie. La fotografia si trasforma così in materiale di resistenza da reiventare a tutti i costi, esplorando diverse e radicali soggettività, in una sorta di auto-celebrazione eversiva. Il collettivo Hi Red Center, in sfregio al consumismo imperante, si renderà protagonista a Tokyo di una memorabile performance, dove si spingerà a gettare dal tetto di un grande magazzino una lunga serie di oggetti quotidianamente inutili.

Quale miglior desiderio potremmo provare oggi se non quello di unirsi corporalmente ed artisticamente a questa effervescente lotta per l’Altro, ed insieme all’Altro?

• Provoke / Between Protest and Performance / Photography in Japan 1960-1975